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Il Requiem di Verdi secondo Chung: tre serate a Santa Cecilia con un quartetto vocale d’eccezione

Torna a Roma Myung-Whun Chung, uno dei direttori più autorevoli del panorama internazionale, per affrontare una delle partiture più monumentali e ispirate della storia della musica: la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi. L’Orchestra e il Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia lo accompagneranno in tre serate consecutive, giovedì 23 e venerdì 24 aprile alle 20 e domenica 26 aprile alle 18, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica. La replica di venerdì andrà in diretta su Rai Radio3, permettendo anche a chi è lontano dalla capitale di vivere l’evento.

Un quartetto solistico di livello mondiale

Ad affiancare il maestro coreano ci sarà un quartetto vocale in cui convergono alcune fra le voci più richieste del panorama lirico attuale. Il soprano Ailyn Pérez, celebrata dal New York Times come “soprano di primo ordine” e acclamata al Met e al Covent Garden, porterà la sua intensità lirica al “Libera me” finale, uno dei momenti più drammatici dell’intera letteratura sacra. Accanto a lei il mezzosoprano Ekaterina Semenchuk, nata a Minsk e apprezzata per l’eccezionale estensione vocale, che porta con sé un lungo rapporto con il repertorio verdiano fatto di Azucena, Eboli e Amneris.

Il reparto maschile è affidato al tenore statunitense René Barbera, primo artista a conquistare tutti e tre i premi principali del concorso Operalia nel 2011, specialista del belcanto dal timbro caldo e dalla linea di canto elegante, e al basso parmigiano Roberto Tagliavini, interprete ricercato nei principali teatri internazionali, dalla Scala al Metropolitan, dall’Opéra national de Paris alla Royal Opera House. Il Maestro del Coro è Andrea Secchi.

Un capolavoro nato dal lutto

La Messa da Requiem fu eseguita per la prima volta nella chiesa di San Marco a Milano il 22 maggio 1874, in occasione del primo anniversario della morte di Alessandro Manzoni, verso il quale Verdi nutriva una profonda venerazione. In una lettera all’editore Ricordi il compositore scriveva:

«Io pure vorrei dimostrare quanto affetto e venerazione ho portato e porto a quel grande che non è più e che Milano ha tanto degnamente onorato. Vorrei mettere in musica una Messa da morto da eseguirsi l’anno venturo per l’anniversario della sua morte».

Per completare l’opera Verdi recuperò un Libera me composto anni prima, in occasione della morte di Gioacchino Rossini, che divenne il nucleo da cui si sviluppò l’intera partitura. Il Requiem si chiude proprio con una grande fuga sulla ripetizione del testo “Libera me”, coronata da un crescendo straordinario in cui il soprano tocca il Do acuto, prima che il coro, quasi impercettibile, riprenda l’invocazione senza ricevere risposta. Un silenzio sospeso che ha influenzato generazioni di compositori, da Benjamin Britten (War Requiem) a Krzysztof Penderecki (Requiem polacco), fino a György Ligeti con Lux aeterna.

Chung, un ritorno di prestigio

Il legame di Myung-Whun Chung con Santa Cecilia affonda radici profonde: è stato Direttore Principale dell’Orchestra dell’Accademia e, parallelamente, la sua carriera lo ha portato a dirigere alcune fra le più importanti compagini del mondo. Dal 2023 è il primo Direttore Emerito della Filarmonica della Scala di Milano, dal 2025 è Direttore Artistico della Concert Hall e del Teatro dell’Opera di Busan, in Corea del Sud, e dal 2027 assumerà la guida musicale del Teatro alla Scala. Fra i molti riconoscimenti ricevuti, spiccano la Commandeur de la Légion d’Honneur, il Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e il Premio Abbiati per la direzione d’orchestra. Nel 2008 è stato il primo direttore nominato Ambasciatore di buona volontà dell’UNICEF.

Un appuntamento di approfondimento

Per chi vorrà entrare più in profondità nella genesi del capolavoro verdiano, venerdì 24 aprile alle 18.30, in Spazio Risonanze, è previsto un incontro del ciclo Spirito Classico con il musicologo Paolo Gallarati, preceduto da un aperitivo. Un’introduzione all’ascolto pensata per restituire la densità drammatica e spirituale di una partitura che, a oltre 150 anni dalla prima esecuzione, continua a interrogare interpreti e pubblico con la forza indomita del suo “Dies irae”.

Martina Moretti

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