Il Teatro Petruzzelli di Bari ha inaugurato il 18 aprile la sua stagione lirica 2026 con un evento che fonde cinema, moda e opera in una stessa cornice: La traviata di Giuseppe Verdi firmata da Sofia Coppola, la regista di Lost in Translation e Marie Antoinette. Sei le recite in programma fino al 26 aprile (18, 19, 21, 22, 23, 24, 26), tutte con biglietti esauriti da settimane: un segnale di quanto il nome della regista americana abbia catalizzato l’attenzione di un pubblico che va oltre i confini abituali della lirica. Sul podio dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli, Jordi Bernàcer; il Coro è preparato da Marco Medved, al suo ultimo impegno barese prima di assumere il ruolo di maestro del coro alla Deutsche Oper Berlin.
La produzione — nata nel 2016 per il Teatro dell’Opera di Roma, dove aveva segnato l’unico precedente incontro di Coppola con il repertorio lirico — si presenta al Petruzzelli con la stessa équipe creativa di allora: scenografie di Nathan Crowley, più volte candidato all’Oscar per il suo lavoro con Christopher Nolan (dagli Interstellar ai film di Batman); costumi firmati da Valentino, in una collaborazione che coinvolge i direttori creativi della maison Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli; luci di Vinicio Cheli, video delle Officine K, coreografie di Stéphane Phavorin. In scena anche il Corpo di Ballo dell’Opera di Roma.
Un doppio cast per sei serate
Il ruolo di Violetta Valéry è affidato a Federica Guida (18, 21, 23, 26 aprile) e a Diana Alexe (19, 22, 24 aprile), entrambe fra i nomi emergenti più promettenti del belcanto verdiano. Alfredo Germont è interpretato dal tenore rumeno Stefan Pop nelle date pari e da Tigran Melkonyan nelle alternative. Nel ruolo del padre Giorgio Germont il baritono polacco Andrzej Filonczyk si alterna con il coreano Min Kim. Completano il cast Anna Pennisi (Flora), Betty Makharinsky (Annina), Oronzo D’Urso (Gastone), Yisae Choi (Barone Douphol), Domenico Apollonio (Marchese d’Obigny) e Francesco Milanese (Dottor Grenvil).
Un’estetica da film sul palcoscenico dell’opera
La firma di Coppola su Traviata è inconfondibile: il segno delle sue protagoniste femminili — principesse e divinità di una solitudine dorata — trova nella parabola di Violetta il suo naturale punto di arrivo. La palette delle scene di Crowley dialoga con gli abiti di alta sartoria di Valentino per ricreare non una Parigi ottocentesca filologica, ma un tempo sospeso, fatto di specchi, di luce pastello e di ombre, dove la cortigiana sacrificata non è figura moralistica ma icona postmoderna di desiderio e fragilità. Un’operazione che ha diviso la critica romana nel 2016 e che oggi, riportata a Bari dopo dieci anni di ripensamenti di regia e nuove letture del capolavoro verdiano, arriva al pubblico con un peso diverso — anche per il dialogo tra istituzione lirica del Sud Italia e immaginario pop-culturale che la produzione stessa mette in campo.
