Il 25 aprile 1926, al Teatro alla Scala di Milano, Arturo Toscanini alzò la bacchetta per la prima assoluta di Turandot. Fu anche la sera in cui la posò, simbolicamente, prima della fine dell’opera: alla morte di Liù, nell’ultima nota che Puccini era riuscito a scrivere di suo pugno, il maestro si fermò, si voltò verso il pubblico e pronunciò la frase entrata nella leggenda: “Qui finisce l’opera, perché a questo punto il Maestro è morto”. Cento anni dopo, a quel gesto il Piermarini dedica una produzione pensata come omaggio ed evento: la Turandot del centenario, in cartellone fino al 29 aprile.
Una regia-kolossal per un’opera-soglia
Il progetto, concepito da Davide Livermore in collaborazione con il team scenografico di Giò Forma e i video di D-Wok, è un meccanismo visuale complesso, costruito su proiezioni immersive, elementi mobili e un’estetica che dialoga apertamente con l’immaginario cinematografico dei kolossal storici. Non si tratta di un’attualizzazione: Livermore sceglie di restare dentro il mito, ma di filtrarlo attraverso gli strumenti del presente. Il risultato è una Pechino sospesa fra rito e allucinazione, in cui la folla — sempre protagonista nella partitura pucciniana — si muove come un corpo unico tra grattacieli di luce e statue monumentali.
Sul podio Nicola Luisotti guida un’orchestra scaligera in grande forma. La sua lettura privilegia la continuità del flusso orchestrale, con una cura particolare per la scrittura timbrica degli ultimi anni pucciniani e per i passaggi corali, che il coro della Scala — diretto da Alberto Malazzi — restituisce con densità e precisione rituale.
Il cast: due Turandot, due Calaf, due Liù
La locandina alterna due compagnie di canto. Nelle recite principali la protagonista è Anna Pirozzi, oggi una delle interpreti di riferimento del ruolo: voce di grande impatto, acuto stabile, temperamento tragico. Al suo fianco Roberto Alagna come Calaf — un ritorno scaligero accolto con entusiasmo dal pubblico — e Mariangela Sicilia come Liù, la vera rivelazione della produzione secondo la stampa internazionale. Nelle recite alternative il ruolo di Turandot passa a Ewa Plonka, Calaf a Angelo Villari, Liù a Selene Zanetti.
La scelta di affidare a due Liù di peso uno dei ruoli-chiave della partitura non è casuale: è proprio nel personaggio della giovane schiava, morta per amore prima del finale completato da Franco Alfano, che si concentra la cifra emotiva e drammaturgica dell’intera opera. Il “Signore, ascolta!” e la morte di Liù restano, a cent’anni di distanza, la pietra di paragone su cui ogni nuova produzione di Turandot viene giudicata.
Il finale, ancora una questione aperta
Come consuetudine scaligera inaugurata proprio da Toscanini nel 1926 e ripresa negli anni, resta aperta la questione del finale: Livermore ha optato per il completamento tradizionale di Alfano, ma con una scelta registica che cita esplicitamente il gesto toscaniniano della prima. Un modo per tenere insieme la filologia, l’evento, e la memoria storica del teatro.
Le ultime recite sono il 21, 24 e 29 aprile. Il 25, giorno esatto del centenario, la Scala celebra l’anniversario con una serata speciale. Chi è riuscito a prenotare, ha un posto a sedere in uno dei momenti più significativi della stagione lirica italiana del 2026.
