«La Traviata ieri sera fiasco. La colpa è mia o dei cantanti? Il tempo giudicherà». Così Giuseppe Verdi scriveva al suo allievo Emanuele Muzio il 7 marzo 1853, il giorno dopo la prima alla Fenice di Venezia. La sera precedente la sala aveva accolto con risatine la Traviata appena composta: il soprano Fanny Salvini-Donatelli, robusta e ben oltre i trent’anni, non era credibile come Violetta morente di tisi, il tenore Lodovico Graziani aveva la voce stanca, il pubblico aveva trovato di gusto discutibile portare in scena una cortigiana parigina contemporanea. Quel «fiasco» è entrato nella storia perché la sera della prima nessuno avrebbe scommesso un soldo su quest’opera. Quella che oggi è l’opera più rappresentata al mondo.
Il tempo, come sperava Verdi, ha giudicato. Nei centosettant’anni successivi La Traviata ha attraversato ogni teatro del pianeta, ogni voce di soprano lirico, ogni stagione di moda registica. È diventata la storia d’amore in musica per eccellenza: il salotto, il duetto «Pura siccome un angelo», il «Sempre libera» nel buio, la lettera, l’addio del passato, lo svenire fra le braccia di Alfredo. Per riascoltarla in tutta la sua parabola — dalla notte fra champagne e profezie al morire d’amore — abbiamo selezionato cinque edizioni complete disponibili gratuitamente su YouTube. Si va dalla mitica recita di Lisbona del 1958 con Maria Callas al film di Zeffirelli del 1982, passando per la Royal Opera di Solti del 1994, la Salisburgo di Netrebko del 2005 e il Festival di Aix-en-Provence di Natalie Dessay del 2011. Cinque modi diversi di abitare il personaggio di Violetta — e di farsi commuovere per la millesima volta dallo stesso finale.
Perché Violetta è il banco di prova del soprano
Pochi ruoli operistici chiedono a una sola voce così tante cose diverse. Il primo atto è quasi belcanto puro, con la coloratura mortifera del «Sempre libera» a esigere agilità da soprano leggero. Il secondo atto è dramma di parola, declamato, con il duetto Violetta-Germont che richiede peso e fraseggio da soprano lirico-spinto. Il terzo atto, il più celebre, vuole un colore da soprano lirico fragile, una voce che si stia spegnendo dall’interno. Nessun soprano nel Novecento ha mai tenuto questi tre atti perfettamente in equilibrio — e infatti la storia interpretativa di Traviata è la storia di sopravvivenze parziali. Le cinque Violette qui sotto rappresentano cinque soluzioni diverse a questo problema.
Lisbona 1958 – Callas, Kraus e l’incisione che ha cambiato tutto
Il 27 marzo 1958, al Teatro Nacional de São Carlos di Lisbona, Maria Callas cantò una Traviata che è diventata la Traviata. Sul podio Franco Ghione, Alfredo è il giovanissimo Alfredo Kraus al suo primo ruolo internazionale, Germont è Mario Sereni. La Callas è già nella seconda fase vocale — la voce si è fatta più scura, più sofferta, e il «Addio del passato» del terzo atto sembra cantato da una persona che muore davvero. Per anni ha circolato in edizione clandestina, poi è stata ufficializzata dalla EMI; oggi su YouTube si trova in versione rimasterizzata. L’audio è quello che è (stereo precoce, presa dal vivo), ma basta il «Amami, Alfredo» di metà secondo atto per ricordarsi perché tutti, parlando di Violetta, finiscono prima o poi per nominare lei.
Film Zeffirelli 1982 – Stratas, Domingo, MacNeil e la regia di Levine
Il Traviata-film di riferimento del Novecento. Franco Zeffirelli scrive, disegna e dirige una versione cinematografica girata interamente in studio, con i fondali di Parigi anni Quaranta dell’Ottocento ricostruiti come un romanzo di Dumas. Sul podio James Levine alla testa della Metropolitan Opera Orchestra; sullo schermo Teresa Stratas è una Violetta minuta, livida, già marcata dalla morte fin dalla prima inquadratura, Plácido Domingo è un Alfredo splendido di voce e di presenza scenica, Cornell MacNeil un Germont di antica scuola. La scena del flashback iniziale, con Violetta moribonda che ricorda la sera della festa, è uno dei momenti di regia più imitati della storia della Traviata sullo schermo. Su YouTube il film è disponibile come playlist (l’ha caricato un fan in capitoli), si guarda di seguito senza interruzioni.
Covent Garden 1994 – Gheorghiu, Lopardo, Nucci, dir. Solti / regia Eyre
È la Traviata con cui Sir Georg Solti, alla fine della sua carriera, salutò il repertorio verdiano — e soprattutto è la sera in cui il mondo dell’opera scoprì Angela Gheorghiu. La storia è raccontata mille volte: ventotto anni, romena, sconosciuta, doveva essere un debutto routinario nel ruolo. Solti la sentì in prova e fece pubblicare sul «Times» la mattina della prima un appello al pubblico perché venisse a Covent Garden quella sera, perché stava per nascere una stella. La sera la stella nacque davvero: Frank Lopardo è un Alfredo lirico di rara eleganza, Leo Nucci un Germont da manuale, ma è la Gheorghiu che si prende tutto, con quella sua dizione italiana scolpita e una linea di canto che torna a essere Verdi puro. La regia è il celebre allestimento di Richard Eyre — quello dei pannelli rossi mobili — che il Royal Opera House ha tenuto in repertorio per trent’anni. Sottotitoli in italiano.
Salisburgo 2005 – Netrebko, Villazón, Hampson, dir. Rizzi / regia Decker
L’allestimento che ha definito una generazione. Willy Decker svuota il palcoscenico di tutto il pittoresco ottocentesco e mette in scena un’unica grande parete circolare, una panca, un orologio gigantesco — e Violetta in un vestito rosso. Anna Netrebko è all’apice di carriera, voce tornita e sensualità scenica che fanno di Violetta un’eroina contemporanea; Rolando Villazón è un Alfredo dal timbro mediterraneo che brucia in scena con lei; Thomas Hampson è un Germont nobile, baritono americano dal fraseggio elegante. Sul podio Carlo Rizzi tira fuori dai Wiener Philharmoniker un suono trasparente e teso. È la Traviata che ha riportato i ventenni in teatro nel primo decennio del Duemila e ha messo gli operofili tradizionalisti su due lati opposti della barricata. Versione HD con sottotitoli.
Aix-en-Provence 2011 – Dessay, Castronovo, Tézier, dir. Langrée / regia Sivadier
Il debutto europeo di Natalie Dessay nel ruolo di Violetta, al Festival d’Aix-en-Provence dell’estate 2011. Dessay viene dal repertorio leggero e di coloratura — Lucia, Lakmé, la Regina della notte — e affronta Verdi con una voce esile, fragilissima, che lavora tutto il dramma per sottrazione. Charles Castronovo è un Alfredo di calore mediterraneo; Ludovic Tézier porta a Germont un peso baritonale francese di altissimo livello. Jean-François Sivadier firma una regia spoglia, quasi laboratoriale, con il plateau nudo e un lavoro attoriale ravvicinato che ha diviso pubblico e critica al festival. Sul podio Louis Langrée con la London Symphony Orchestra. È la versione più «contemporanea» delle cinque, quella in cui Violetta non è una cortigiana ottocentesca ma una donna di oggi che muore di una malattia che non si nomina mai. Su YouTube come playlist (ripresa televisiva integrale).
Cinque Violette in cinquantatré anni di storia interpretativa: una storica del 1958, un film, due grandi recite di teatro internazionale, una produzione moderna da festival d’autore. Buona visione — e, se non l’avete mai sentita per intero, fate una sola cosa: tenete da parte tre ore, spegnete il telefono e iniziate dal preludio. La Traviata funziona così.
