Nel giugno 2015, alla prima del Guillaume Tell a Covent Garden, il pubblico fece una cosa che a memoria d’uomo non era mai successa in quel teatro: cominciò a fischiare durante la musica. Otto anni prima, con la Gazza ladra di Pesaro, lo stesso regista aveva vinto il Premio Abbiati. Contestato e premiato, spesso nella stessa stagione: Damiano Michieletto è da vent’anni il regista d’opera italiano che divide di più, e quello che i grandi teatri chiamano di più.
Chi è
Veneto, classe 1975, cresciuto a Scorzè, si laurea in lettere moderne a Ca’ Foscari e si diploma in regia alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Debutta nel 2003 al Wexford Festival Opera in Irlanda, con Švanda dudák di Weinberger, che gli vale subito un premio.
La svolta arriva nel 2007 con La gazza ladra al Rossini Opera Festival: Premio Abbiati come miglior regista, e l’inizio della notorietà. Fra il 2010 e il 2012 firma alla Fenice l’intera trilogia Da Ponte — Don Giovanni, Le nozze di Figaro, Così fan tutte — costruita su una piattaforma girevole disegnata da Paolo Fantin: il progetto che lo consacra in Italia. Poi Salisburgo lo invita per tre anni consecutivi, unico regista italiano: La bohème nel 2012, Falstaff nel 2013, La Cenerentola con Cecilia Bartoli nel 2014.
Lo stile
Lavora da quasi vent’anni con la stessa squadra: Paolo Fantin alle scene, Alessandro Carletti alle luci, Carla Teti ai costumi. La cifra è riconoscibile: trasposizione in un presente identificabile, palcoscenico girevole con micro-architetture che alternano lo spazio collettivo esterno e gli interni privati, e soprattutto una lettura guidata dalla psicologia dei personaggi più che dal realismo storico. Nel dittico Cavalleria rusticana/Pagliacci del 2015 i personaggi delle due opere sconfinano l’uno nell’altra, in un paese del Sud Italia degli anni Ottanta.
La sua idea di tradizione l’ha spiegata così alla BBC: «La tradizione per me dev’essere come un trampolino — per saltare da qualche parte. Non per trascinarti giù». E ancora: «Il teatro non è un tempio, non è una chiesa: è un luogo di libertà». Non tutti sono d’accordo — c’è chi gli rimprovera una tendenza al manierismo — ed è esattamente questa frizione ad aver reso le sue prime degli eventi.
I teatri, le contestazioni e i premi
Alla Fenice ha firmato due prime assolute contemporanee, Aquagranda di Filippo Perocco (2016, per i cinquant’anni dell’acqua alta) e Le baruffe di Battistelli (2022), di cui è anche co-librettista. Alla Scala ha debuttato nel 2013 con Un ballo in maschera — accolto da volantini lanciati dal loggione — e vi ha poi diretto Falstaff, Salome, Médée e, nel 2025, la prima assoluta de Il nome della rosa di Francesco Filidei. Alla Royal Opera House ha portato Guillaume Tell, il dittico verista, Don Pasquale, Carmen e Les contes d’Hoffmann; all’Opéra de Paris il Barbier de Séville del 2014 viene ripreso quasi ogni stagione.
La contestazione del Guillaume Tell riguardava una scena di violenza sessuale nel divertissement del terzo atto; la direzione del teatro difese la scelta — «punta i riflettori sulla realtà brutale degli abusi sulle donne in tempo di guerra» — e la produzione non fu modificata.
Ha vinto il Premio Abbiati quattro volte a vario titolo: miglior regista nel 2008 per La gazza ladra e nel 2022 per il Rigoletto della Fenice, il premio speciale nel 2017 per Aquagranda, il miglior spettacolo nel 2018 per La damnation de Faust all’Opera di Roma diretta da Daniele Gatti. Nel 2016 ha ricevuto il Laurence Olivier Award per la migliore nuova produzione operistica, con Cavalleria rusticana/Pagliacci.
Dove vederlo
Il 2026 è forse il suo anno più denso. In aprile ha firmato alla Fenice il suo primo Lohengrin; in giugno la Carmen alla Scala; in luglio il debutto al Bregenzer Festspiele con la sua prima Traviata in assoluto, sul palcoscenico galleggiante, con uno specchio gigante infranto. In agosto il Rossini Opera Festival riprende la sua Scala di seta. Ed è stato tra i direttori creativi della cerimonia d’apertura di Milano Cortina 2026.
Il 7 dicembre 2026 firma l’Otello che inaugura la stagione della Scala, diretto da Myung-Whun Chung, con Brian Jagde ed Eleonora Buratto; nel maggio 2027 porterà al Piermarini il Don Quichotte, mai rappresentato in quel teatro.
Nella nostra Videoteca trovi la «Lucia di Lammermoor» del Liceu con la sua regia, oltre a «La scala di seta» e «Rigoletto».
