Il mondo dell’opera piange Martina Arroyo, soprano statunitense fra le interpreti verdiane più apprezzate della seconda metà del Novecento e figura simbolo per la generazione di cantanti afroamericani che negli anni Sessanta aprì le porte dei grandi teatri. Arroyo si è spenta il 13 ottobre 2026 nella sua casa di Manhattan, all’età di 90 anni; la notizia, data dall’agenzia Miracle Management al New York Times, è stata ripresa da ANSA e dalla stampa internazionale.
Da Harlem al Metropolitan
Nata a New York il 2 febbraio 1937, cresciuta ad Harlem da padre portoricano e madre afroamericana, Arroyo si impose giovanissima vincendo nel 1958 le Metropolitan Opera Auditions of the Air. L’anno successivo esordì al Met come Voce celeste in Don Carlo, ma la vera svolta arrivò nel 1963, quando l’Opera di Zurigo la ingaggiò come primo soprano affidandole il debutto in Aida: il ruolo di Amneris e, soprattutto, quello della principessa etiope sarebbero diventati il suo biglietto da visita.
La notte di Aida che le cambiò la carriera
Il momento spartiacque fu una recita del 1965 al Metropolitan: chiamata a sostituire all’ultimo Birgit Nilsson nel ruolo del titolo di Aida, Arroyo conquistò il pubblico newyorkese con una standing ovation. Pochi mesi dopo le fu affidata l’apertura della stagione 1965-1966 come Elisabetta di Valois nel Don Carlo, e da quel momento il Met divenne la sua casa fino al 1978, con oltre duecento recite.
Una voce spinto per Verdi, ma non solo
Voce di autentico soprano spinto, timbro corposo e fraseggio nobile, Arroyo fu una verdiana di prima linea: Aida, Elisabetta, Leonora della Forza del destino e del Trovatore, Amelia nel Ballo in maschera. Il repertorio si allargava però con la stessa autorità al verismo (Cavalleria rusticana, Butterfly, Gioconda), al Puccini di Turandot-Liù e a Mozart, con una Donna Anna di raro equilibrio. Nel 1968, debuttando al Lohengrin, divenne la prima artista afroamericana a cantare il ruolo di Elsa in un grande teatro, lasciando un segno nella storia culturale, non solo musicale, degli Stati Uniti.
I teatri europei e la Scala
Negli stessi anni consolidò una carriera internazionale che la portò a Covent Garden (debutto nel 1968 come Aida), all’Opéra di Parigi, alla Staatsoper di Vienna, al Teatro alla Scala, al Teatro Colón di Buenos Aires e nelle principali case tedesche. Nel 1968 affrontò anche la rara Les Huguenots di Meyerbeer in forma di concerto a Londra, nel ruolo di Valentine.
L’eredità: insegnamento e nuove generazioni
Ritiratasi gradualmente dalle scene a metà degli anni Ottanta, Arroyo si dedicò con convinzione alla formazione dei giovani cantanti, prima come docente in diversi conservatori americani, poi fondando nel 2003 la Martina Arroyo Foundation con il programma Prelude to Performance, pensato per guidare i soprani e tenori emergenti nello studio completo di un ruolo verdiano o pucciniano. Da quella fucina sono passati molti cantanti oggi presenti nei cartelloni dei maggiori teatri.
Un riferimento che resta
Con Martina Arroyo scompare una delle voci che hanno definito il modo di cantare Verdi al Metropolitan negli anni Settanta, e insieme una figura di aperture importanti per la rappresentazione nera nell’opera. Restano le incisioni discografiche – su tutte la Messa da Requiem con Colin Davis e l’Aida con Muti – e un modello di generosità didattica che il mondo dell’opera continuerà a frequentare.
