Cento anni fa la sera del 25 aprile 1926, alla Scala di Milano, Arturo Toscanini diresse la prima assoluta di Turandot. Verso la fine del terzo atto, dopo la morte di Liù, posò la bacchetta, si girò verso il pubblico e disse: «Qui finisce l’opera, perché a questo punto il maestro è morto». Era il modo del Maestro per ricordare Giacomo Puccini, scomparso a Bruxelles nel novembre del 1924 senza essere riuscito a chiudere il finale. La sera successiva, alla replica, l’opera fu eseguita per intero, con il finale completato da Franco Alfano. Ma quel gesto è entrato nella storia ed è ancora oggi il modo migliore per raccontare cosa rende Turandot un’opera unica nel canone pucciniano.
Per festeggiare il centenario abbiamo selezionato cinque edizioni complete dell’opera disponibili gratuitamente su YouTube, tutte di produzioni storiche o di grande prestigio. Si va dalla Scala di Zeffirelli del 1983 alla spettacolare messinscena nella Città Proibita di Pechino del 1998, fino alla recente produzione viennese del 2018 con Roberto Alagna. Cinque modi diversi per riguardare l’ultima opera di Puccini nell’anno del suo compleanno tondo.
Alfano o Berio? Le due versioni del finale
Puccini morì lasciando Turandot incompiuta dopo la morte di Liù. Toscanini affidò il completamento al compositore napoletano Franco Alfano, che lavorò sugli schizzi pucciniani per costruire il duetto finale fra Calaf e Turandot. La versione di Alfano, accorciata su richiesta dello stesso Toscanini, è quella eseguita nella stragrande maggioranza delle produzioni — anche le cinque che vi proponiamo qui sotto. Nel 2001 Luciano Berio firmò un finale alternativo, più scarno e drammaturgicamente più moderno, che riprende dieci minuti scarsi di musica al posto del finale trionfale alfaniano. È un’edizione critica importante, raramente messa in scena ma fondamentale per chi vuole capire dove finisce davvero la mano di Puccini.
Mehta nella Città Proibita, Pechino 1998 – Lo spettacolo di Zhang Yimou
Nel settembre 1998 il Maggio Musicale Fiorentino portò Turandot dentro la vera Città Proibita di Pechino, sotto la direzione di Zubin Mehta e con la regia di Zhang Yimou (lo stesso Zhang Yimou di Lanterne rosse e della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino 2008). Otto repliche all’aperto, nella corte imperiale dei Ming, con costumi della dinastia Qing curati su misura. Per chi conosce l’opera solo da teatro vederla qui è un’altra cosa: la corte di Altoum diventa quella vera, con il senso quasi vertiginoso che la favola si stia svolgendo dove era stata immaginata. Nei panni della principessa di gelo Giovanna Casolla, mentre Calaf è il tenore russo Sergej Larin, Liù è Barbara Frittoli e Timur è Carlo Colombara.
Maazel/Zeffirelli, La Scala 1983 – Domingo, Dimitrova e Ricciarelli
È la Turandot scaligera che ha fatto scuola. Lorin Maazel sul podio, Franco Zeffirelli alla regia con una di quelle produzioni che hanno fatto epoca, e un cast da copertina di rivista: Ghena Dimitrova come Turandot, Plácido Domingo come Calaf, Katia Ricciarelli come Liù. Zeffirelli moltiplica fino all’eccesso le folle scaligere, fa scivolare giù scenografie di pagode e portali, costruisce nelle scene dei tre ministri Ping/Pang/Pong una temperatura visiva che a Milano nessuno aveva mai visto. Domingo è uno dei Calaf di riferimento del Novecento — qui canta «Nessun dorma» con la voce ancora piena del 1983, prima che si spostasse stabilmente verso i ruoli baritonali. Versione assolutamente classica, di quelle che hanno definito l’idea stessa di Turandot per una generazione di operofili.
Prêtre/Asari, La Scala 2001 – La produzione bianca della Scala
Stesso teatro, diciotto anni dopo, regia opposta. Nel 2001 alla Scala arriva Keita Asari, regista giapponese che ribalta l’iconografia “monumentale” di Zeffirelli con un Turandot quasi astratto: scene minimali, dominanti bianche e nere, costumi stilizzati ispirati al teatro Nō. Sul podio Georges Prêtre, in serata di gala. Alessandra Marc affronta il ruolo della principessa con voce di drammatico, Nicola Martinucci è il Calaf da scuola italiana classica, Cristina Gallardo-Domas è la Liù. È una delle Turandot scaligere più discusse del decennio post-Zeffirelli e una delle più belle riletture moderne dell’opera, con un’estetica che ha lasciato il segno in molte produzioni successive.
Carella/Espert, Liceu Barcelona 2009 – Una Turandot mediterranea
Núria Espert, attrice e regista catalana di lunghissimo corso, firma per il Gran Teatre del Liceu una Turandot teatralmente molto curata, dove i tre ministri Ping/Pang/Pong assumono finalmente lo spazio comico-drammatico che Puccini aveva loro affidato e che molti registi sacrificano. Direzione di Giuliano Carella. Sul palco la russa Anna Shafajinskaia per il ruolo del titolo, Fabio Armiliato come Calaf e — sopra tutti — Daniela Dessì come Liù, in una delle ultime grandi interpretazioni di un personaggio che era diventato ormai suo. Il video è caricato con sottotitoli in inglese, utile per chi vuole seguire il libretto verso per verso.
Chaslin/Wiener Staatsoper 2018 – Alagna, Kurzak e una Turandot recente
L’edizione più recente del nostro elenco. Aprile 2018, Wiener Staatsoper. Sul podio Frédéric Chaslin, in scena la storica produzione di Marco Arturo Marelli che il teatro viennese rimette in scena a ogni stagione. Lise Lindstrom è Turandot, Roberto Alagna è Calaf, e accanto a lui — nel ruolo di Liù — Aleksandra Kurzak, sua moglie nella vita: una circostanza biografica che colora di un’altra luce l’unico momento di vera tenerezza dell’opera, dove Liù si sacrifica per il principe ignoto. Per chi vuole ascoltare Turandot in una versione vicina al modo in cui suona oggi nei grandi teatri internazionali, è il riferimento giusto.
Cinque Turandot, cinque modi di stare in compagnia di una principessa che non si lascia capire. Cento anni dopo la prima scaligera l’ultima opera di Puccini continua a riempire i teatri, e la sua aria più famosa — «Nessun dorma» — è probabilmente l’unica del Novecento operistico che si canta anche allo stadio. Buona visione, e vi aspettiamo per la prossima puntata della nostra rubrica Videoteca.
