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Mozart alla Fenice: Trionfo in Buca, Incertezze sul Palco

Per l’inaugurazione della sua stagione lirica, il Teatro La Fenice di Venezia scommette su un capolavoro della tarda maturità mozartiana, La clemenza di Tito. Un’opera seria, intrisa di un messaggio universale di perdono e riconciliazione, che pone sfide notevoli a ogni interpretazione contemporanea. La nuova produzione, affidata alla regia di Paul Curran, ha cercato di navigare queste complesse acque tematiche, approdando a un risultato diseguale, dove l’eccellenza musicale ha fatto da contraltare a una visione scenica non del tutto risolta.

Il pilastro su cui si è retta l’intera serata è stata, senza dubbio, la direzione di Ivor Bolton. Profondo conoscitore del linguaggio settecentesco, Bolton ha offerto una lettura magistrale, guidando l’Orchestra del Teatro La Fenice con gesto preciso e pensiero musicale cristallino. Seduto al fortepiano, dal quale ha eseguito personalmente i recitativi, ha intessuto un dialogo ininterrotto e vibrante tra la buca e il palcoscenico. La sua concertazione si è distinta per la scelta di tempi sempre appropriati, un’ampia gamma dinamica e una capacità unica di scolpire ogni fraseggio, esaltando la sublime architettura mozartiana. L’orchestra ha risposto con una prova superba, mettendo in luce le pregevoli parti solistiche, dal corno di bassetto al violoncello.

Sul versante visivo, lo spettacolo firmato da Paul Curran ha mostrato luci e ombre. L’idea di usare l’illuminazione, curata da Fabio Barettin, come chiave di volta per rappresentare il trionfo della tolleranza era promettente. Tuttavia, la scenografia fissa di Gary McCann, pur evocando una classicità monumentale, è risultata a tratti fredda e distaccata. A non convincere del tutto sono state alcune scelte registiche che hanno cercato un’attualizzazione forzata, come l’inserimento di una bomba per l’attentato al Campidoglio o la collocazione di Tito in un letto d’ospedale. Soluzioni che, anziché amplificare il dramma, hanno rischiato di apparire come orpelli didascalici, minando la coesione stilistica dell’insieme.

Anche il cast vocale ha riflesso questa disomogeneità. A brillare di luce propria è stata Cecilia Molinari nel ruolo di Sesto. Il mezzosoprano ha offerto una performance memorabile per ricchezza di colori, intensità drammatica e un controllo superbo della linea vocale, delineando un personaggio complesso e profondamente umano. Accanto a lei, Francesca Aspromonte si è distinta per l’eleganza della sua Servilia. Meno a fuoco è apparsa la Vitellia di Anastasia Bartoli, dotata di una vocalità importante ma stilisticamente più proiettata verso il repertorio ottocentesco. Il protagonista, Daniel Behle, ha disegnato un Tito autorevole ma a tratti rigido, con alcune problematiche legate alla dizione e all’articolazione della frase. Completavano il cast le prove funzionali ma non memorabili di Nicolò Balducci (Annio) e Domenico Apollonio (Publio).

La serata si è dunque conclusa come un’esperienza di forti contrasti: un trionfo musicale indiscutibile, guidato da un direttore in stato di grazia, e una realizzazione scenico-vocale che ha alternato momenti di grande pregio a incertezze evidenti. Gli applausi calorosi del pubblico, a cui si sono sovrapposti i volantini di una protesta sindacale dell’orchestra, hanno suggellato una prima ricca di spunti ma che lascia l’impressione di un’occasione solo parzialmente colta.

Martina Moretti

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