Il Teatro dell’Opera di Roma compie un gesto di audace curatela artistica, inaugurando la sua programmazione al Teatro Nazionale, dal 4 al 7 ottobre 2025, non con un’opera lirica in senso stretto, ma con un rito teatrale potente e visionario: “Tragùdia – Il canto di Edipo” di Alessandro Serra. Una scelta che sposta i confini del cartellone operistico e lancia un chiaro segnale: la ricerca sulle origini del teatro musicale e del dramma è parte integrante del DNA di un’istituzione proiettata nel futuro.
Lo spettacolo, già acclamato in Italia e all’estero, è una discesa nelle viscere del mito di Edipo. Ma l’approccio di Serra, noto per il suo teatro materico e simbolico (ricordiamo il successo internazionale del suo “Macbettu” in sardo), trascende la narrazione per farsi archetipo. Qui, Edipo non è solo il re sfortunato di Tebe, ma incarna l’essenza stessa della tragedia, il “canto del capro” (questo il significato etimologico di *tragùdia*), il capro espiatorio offerto in sacrificio per purificare la comunità. Serra, che firma regia, scene, luci e un vero e proprio “paesaggio sonoro”, lavora per sottrazione, edificando la sua drammaturgia “sulle macerie” del rito, della parola e del mito.
L’elemento che più incuriosisce e affascina, e che lega questa produzione a una riflessione profonda sul suono, è la scelta linguistica. I testi, tratti da Sofocle, non sono recitati in italiano, né in greco antico, ma in grecanico. Questa lingua, un dialetto greco ancora vivo in alcune aree dell’Aspromonte, diventa strumento musicale, un suono ancestrale che libera la parola dalla sua funzione puramente semantica per elevarla a evocazione fonetica, a puro canto. È una scelta che mira a restituire al testo la sua dimensione sacrale, ipnotica, trasformando la rappresentazione in un’esperienza collettiva che avvolge lo spettatore, annullando la distanza tra palco e platea. In questo senso, sebbene non si tratti di un’opera musicata, la vocalità e il suono (con la partitura di voci e canti curata da Bruno de Franceschi) assurgono a protagonisti assoluti, esplorando la radice comune da cui germogliarono sia il teatro di parola che il melodramma.
La collocazione di “Tragùdia” all’interno della stagione dell’Opera di Roma non è un caso isolato, ma il manifesto di una precisa linea artistica per la sede del Teatro Nazionale. Questo spazio si conferma un laboratorio di sperimentazione, dedicato a repertori che sfidano le convenzioni. Non a caso, dopo Serra, il cartellone proseguirà con un dittico che unisce Janáček (“Il diario di uno scomparso”) e Poulenc (“La voix humaine”), per poi esplorare la danza contemporanea di Preljocaj e celebrare il centenario di Henze con due suoi lavori, fino a una nuova commissione d’opera tratta da Pirandello.
Con “Tragùdia”, l’Opera di Roma non si limita a ospitare un grande spettacolo di teatro contemporaneo, ma invita il suo pubblico a un viaggio a ritroso, verso quella sorgente primigenia dove canto, parola e gesto erano fusi in un unico, potentissimo rito. Una scommessa colta e coraggiosa, che arricchisce il dialogo sulla vera natura del teatro musicale oggi.
