«La Bohème, come non lascia molta impressione nell’animo degli uditori, così non lascerà gran traccia nella storia del nostro teatro lirico». Lo scriveva il 2 febbraio 1896, sulla «Gazzetta Piemontese», il critico Carlo Bersezio. Aveva appena assistito alla prima assoluta di un’opera nuova al Teatro Regio di Torino, la sera prima — un titolo da poco licenziato da Giacomo Puccini, sul libretto di Illica e Giacosa, diretto da un giovane direttore principale del Regio di nome Arturo Toscanini, ventottenne, occhi neri, mano già affilata. Bersezio si sbagliava, e si sbagliava in modo memorabile. Centotrenta anni dopo, La Bohème è insieme a Carmen e Traviata uno dei tre titoli più rappresentati al mondo, e nessuno saprebbe più rispondere alla domanda «quante volte hai pianto sul finale del quarto atto».
Per festeggiare i centotrent’anni dalla prima abbiamo selezionato cinque edizioni complete dell’opera, disponibili gratuitamente su YouTube, che attraversano sessant’anni di storia interpretativa. Si va dal film di Zeffirelli alla Scala del 1965 alla pellicola di Robert Dornhelm del 2008 con Anna Netrebko, passando per il celebre studio di Karajan a Berlino del 1972, la prima trasmissione televisiva in diretta dal Metropolitan del 1977 e — chiusura del cerchio — la Bohème del 1996 al Regio di Torino, esattamente cento anni dopo la prima, con un Pavarotti e una Freni che sembrano disegnati apposta per gli inchini di Mimì e Rodolfo.
La coppia che il Novecento ha consegnato a Bohème: Mirella Freni e Luciano Pavarotti
Sono cresciuti insieme a Modena, sono stati allattati dalla stessa balia (è davvero così, raccontava la Freni sorridendo), hanno debuttato nel ruolo a un anno di distanza l’uno dall’altra. Mirella Freni ha cantato Mimì per oltre quarant’anni — dalla giovinezza scaligera del 1965 fino alle ultime recite emiliane degli anni Novanta — e nessun altro soprano del Novecento ha avuto il suo controllo sulla parabola del personaggio. Pavarotti, dal canto suo, è semplicemente il Rodolfo del secolo: il timbro luminoso, gli acuti facili, il fraseggio cantato come si parla. Quattro delle cinque edizioni che vi proponiamo li hanno entrambi o uno dei due. È una concentrazione che nasce dalla realtà del repertorio del Novecento, non da una scelta editoriale.
La Scala 1965 – Freni, Raimondi, Panerai, dir. Karajan / regia Zeffirelli (film)
È la Bohème-film che ha educato due generazioni di operofili. Herbert von Karajan dirige l’Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala in un’edizione registrata in studio (il cantato è inciso in audio prima, gli interpreti recitano in lip-sync sul set), Franco Zeffirelli firma una regia cinematografica con scenografie da romanzo. Mirella Freni ha trent’anni e canta una Mimì giovanissima, vibrante, di una purezza vocale che resta uno dei momenti più alti della sua carriera. Gianni Raimondi è un Rodolfo lirico di scuola italiana classica, Rolando Panerai un Marcello robusto, Adriana Martino una Musetta di carattere. Versione di riferimento di quel «vintage italiano» — fondali dipinti, soffitte, neve finta — che Zeffirelli ha brevettato e che il pubblico continua a chiedere.
Berlino 1972 – Pavarotti, Freni, Harwood, dir. Karajan (audio)
L’incisione di studio che ha definito Bohème per i quarant’anni successivi. Karajan torna a Puccini con la sua Berliner Philharmoniker e un cast da copertina di rivista: Luciano Pavarotti al massimo della freschezza vocale, Mirella Freni Mimì lirica e fragile, Elizabeth Harwood una Musetta dal timbro luminoso, Rolando Panerai Marcello, Nicolai Ghiaurov Colline (e suo «Vecchia zimarra» del quarto atto è una delle pagine di basso più studiate dai cantanti). È la registrazione che la critica internazionale, da decenni, indica come benchmark — il punto di riferimento contro cui si misurano tutte le altre. Su YouTube circola in trasferta digitale ad alta risoluzione (24-bit/96 kHz) dai master originali del 1972; audio puro, senza video, ottimo per ascolto in cuffia.
Met 1977 – Pavarotti, Scotto, Wixell, dir. Levine / regia Melano
Il 15 marzo 1977 il Metropolitan Opera di New York mandò in onda La Bohème in diretta televisiva sui canali pubblici americani. Era la prima volta in assoluto che un’opera veniva trasmessa live dal Met: un evento storico, quattordici milioni di spettatori, il futuro della regia televisiva dell’opera nasce quella sera. Sul podio James Levine al suo Met, regia di Fabrizio Melano, e in scena Luciano Pavarotti a 41 anni nel pieno della carriera, Renata Scotto Mimì di gran linea italiana, Ingvar Wixell Marcello, Maralin Niska Musetta. Pavarotti racconta nelle interviste fra un atto e l’altro il suo Modena, le ragazze del cortile, le cinghie del padre fornaio. È un documento che vale insieme come grande recita d’opera e come finestra sul Met di quegli anni — quello che gli americani chiamavano «il Met di Levine», un teatro al massimo della sua forma.
Torino 1996 – Pavarotti, Freni, Ghiaurov, dir. Oren / regia Patroni Griffi (centenario al Regio)
Esattamente cento anni dopo la prima del 1° febbraio 1896, il Teatro Regio di Torino rimette in scena La Bohème con quella che a quel punto è la coppia di riferimento del repertorio: Mirella Freni e Luciano Pavarotti, entrambi sessantenni, entrambi modenesi, entrambi alla seicentesima rispettiva recita di Mimì e Rodolfo. Sul podio Daniel Oren con l’Orchestra del Regio, regia di Giuseppe Patroni Griffi, Lucio Gallo Marcello, Anna Rita Taliento Musetta, Pietro Spagnoli Schaunard, e — per chiudere il cerchio — Nicolai Ghiaurov Colline, lo stesso Ghiaurov che era stato Colline nello studio Karajan del 1972. La voce della Freni a sessant’anni è ovviamente un’altra cosa rispetto alla Mimì del 1965: più brunita, più consapevole del pianto. Ma è proprio questa che cantava davanti al pubblico del Regio, sul palcoscenico dove Toscanini aveva diretto la prima esattamente un secolo prima. Una di quelle serate in cui il calendario, per una volta, si allinea con la storia dell’opera.
Vienna 2008 – Netrebko, Villazón, Cabell, dir. de Billy / film di Robert Dornhelm
Trent’anni dopo Zeffirelli, qualcuno torna a fare un film di Bohème. Robert Dornhelm, regista austriaco premiato all’Oscar, gira a Vienna negli studi di Schönbrunn una pellicola pensata per il grande schermo: scene reali, costumi parigini ricostruiti con cura, soffitta di Rodolfo e Marcello con la luce della candela, il Café Momus come una scenografia da Moulin Rouge in miniatura. Bertrand de Billy dirige la Filarmonica del Nazionale di Praga; Anna Netrebko e Rolando Villazón sono Mimì e Rodolfo all’apice della loro epoca «coppia d’oro» dell’opera mondiale, Nicole Cabell è una Musetta di grande presenza scenica, Boaz Daniel Marcello. Dornhelm sceglie di girare in lip-sync (il cantato è registrato prima) ma la fotografia è quella che è: ravvicinata, calda, cinematografica. È la Bohème per chi finora si è tenuto lontano dall’opera — porta d’ingresso ideale, durata canonica del film (un’ora e quarantanove). E un finale che, anche con tutta l’esperienza accumulata, fa ancora piangere.
Cinque Bohème in sessantatré anni, da Zeffirelli a Dornhelm, dal lip-sync milanese al film viennese, dallo studio di Karajan al palcoscenico del Regio. Bersezio, sulla «Gazzetta Piemontese», scrisse anche che Puccini, a giudicare da quest’opera, non avrebbe lasciato gran traccia. Centotrent’anni dopo, alle 21.00 di un giovedì qualunque, in un teatro qualunque del pianeta, qualcuno alzerà la bacchetta e attaccherà i quattro accordi di flauto e fagotto della soffitta. E un’altra Mimì busserà alla porta, alla ricerca di un fiammifero.
