Due appuntamenti ravvicinati, due visioni della musica a confronto: la Sala Santa Cecilia ha vissuto giorni intensi, sospesi tra l’utopia di un suono assoluto e il debutto di una nuova bacchetta che ha intrecciato Novecento americano e suggestioni europee. Protagonisti l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con la sua Orchestra e due ospiti d’eccezione: Teodor Currentzis con la sua Utopia Orchestra e il direttore rumeno Cristian Măcelaru.
Currentzis e l’utopia dell’impossibile
Il direttore greco è tornato a Roma con la formazione che porta inscritta nel nome la sua poetica: Utopia, ensemble indipendente composto da oltre cento musicisti provenienti da una trentina di Paesi, nato per «creare senza compromessi ciò che la nostra immaginazione ci propone, alla ricerca del suono perfetto». Ad affiancarlo la violinista norvegese Vilde Frang, acclamata per la nitidezza del suono e il rigore stilistico.
In programma due capisaldi del primo Novecento. Il Concerto per violino «Alla memoria di un angelo» di Alban Berg, pagina di struggente forza espressiva composta in memoria della giovane Manon Gropius, figlia di Alma Mahler scomparsa a soli diciotto anni. E, nella seconda parte, la Sinfonia n. 1 «Il Titano» di Gustav Mahler: un vasto affresco che si snoda dai risvegli della natura alle marce funebri dalle tinte grottesche, fino al finale catartico e liberatorio. Artista residente del Festival di Salisburgo e del Lucerne Festival, Currentzis ha confermato la sua statura di interprete capace di portare un’identità cameristica dentro le dimensioni del grande sinfonismo.
Il debutto americano di Măcelaru
Per la prima volta sul podio ceciliano, il direttore rumeno Cristian Măcelaru — vincitore di un Grammy Award, Direttore Musicale dell’Orchestre National de France e Direttore Artistico del Festival Enescu — ha proposto un programma di grande impatto timbrico e ritmico, ponte tra le atmosfere d’oltreoceano e il sinfonismo europeo. Con lui, al pianoforte, Kirill Gerstein, interprete di formidabile tecnica e spiccata versatilità tra classico e jazz.
Ad aprire, un brano che intreccia con Santa Cecilia un frammento della propria storia: la Sinfonia n. 1 di Samuel Barber, dedicata a Gian Carlo Menotti, che proprio l’Orchestra ceciliana tenne a battesimo in prima assoluta all’Augusteo nel dicembre del 1936. È seguita la celeberrima Rhapsody in Blue di George Gershwin, sintesi rivoluzionaria tra tradizione sinfonica ed energia jazzistica, riconoscibile fin dal sinuoso glissando di clarinetto che la apre. La serata si è poi addentrata nel cinema con Un americano a Parigi, sempre di Gershwin, per chiudersi con l’ipnotico e vorticoso Boléro di Maurice Ravel, vertice assoluto dell’arte dell’orchestrazione e crescendo inarrestabile che ha messo in luce il virtuosismo di tutte le prime parti dell’Orchestra.
Due programmi, due temperamenti: il radicalismo visionario di Currentzis e l’eleganza cosmopolita di Măcelaru. A unirli, la convinzione che il grande repertorio non sia un museo da custodire, ma una materia viva da reinventare a ogni esecuzione.
